Il
Marinaio e La Ragazza Cieca
Era
ormai sera nella città di Port Royal. Gli abitanti erano già nel
mondo dei sogni da almeno mezz'ora e in giro non si sentiva volare
una mosca. Nel cielo troneggiava la luna, splendendo in tutta la sua
bellezza.
A dispetto del silenzio che regnava per le vie del
quartiere in cui si trovava, qualcuno che non dormiva c'era. Un
ragazzo dai capelli spettinati e color bronzo si aggirava con aria
furtiva e molto attenta. Qualcuno lo stava braccando e lui stava
cercando di seminare il suo inseguitore.
“Dannazione! Devo
riuscire a trovare un posto sicuro, ma dove?” pensò.
Era
armato, ma non poteva certo mettersi a sparare: avrebbe attirato
l'attenzione di qualcuno e non avrebbe saputo come convincere
chiunque della propria innocenza.
Al momento stava percorrendo il
quartiere residenziale, pieno di belle case e di giardini curati. Il
ragazzo si muoveva come fosse un felino, senza fare rumore, ma
velocemente.
Aveva
imparato a stare attento sulla nave su cui si era imbarcato quando
era più giovane, piena di scricchiolii, proprio per fare meno rumore
possibile se doveva muoversi durante il riposo degli altri
marinai.
Si guardò attorno. Niente. Sembrava che non ci fosse
nessuno. Che fosse riuscito a seminarlo?
Il suo “cacciatore”,
per cercare di sorprenderlo, aveva cambiato strada incamminandosi per
una via traversa.
Rage stava ancora guardandosi attorno, quando si
ritrovò di fronte ad una grande casa recintata da muretto e siepi
fitte. Sentì i passi veloci del suo inseguitore, anche se erano
ancora un po' lontani. Segno che a breve sarebbe arrivato. Di notte i
rumori sono sempre amplificati per il silenzio totale che regna.
Era
vicino al cancello di quella grande casa e guardò nel giardino per
controllare che non vi fosse nessuno. Scavalcò il cancello ed entrò.
Fu contento della sua scelta: quel giardino era piuttosto grande,
pieno di cespugli di ogni genere e di alberi dalla grande e folta
chioma. Si sarebbe nascosto lì.
Chi lo seguiva ne aveva perso le
tracce, perchè arrivato poco dopo l'entrata del ragazzo nel
giardino, così continuò a cercare alla cieca, allontanadosi senza
saperlo e facendo sospirare di sollievo la sua “preda”.
Rage
avanzò attraverso il gran numero di piante, finchè non trovò un
mini laghetto. Con sua grande sorpresa vide che c'era una ragazza
seduta su una roccia a bordo dell'acqua. Era illuminata dalla luce
lunare e aveva i capelli lunghi, scuri, sulla ventina come lui.
Guardava verso l'alto ed era vestita con un abitino celeste,
semplice, ma femminile. Era una bellissima ragazza, dai lineamenti
fini. Restò incantato per un momento ad osservarla, poi si avvicinò
pian piano. Non che avesse intenzione di spaventarla, ma a lui
serviva un posto per nascondersi. Sperò che in quella casa non ci
fosse qualcun'altro.
La ragazza era immersa nei suoi pensieri,
quando sentì un fruscìo alle sue spalle.
- Chi è? - disse
girandosi di scatto nella direzione da cui proveniva il rumore.
Rage
le si avvicinò da dietro mettendole una mano sulla bocca per
impedirle di urlare.
- Mi ascolti. - disse con relativa calma –
Non ho alcuna intenzione di farle del male, ma necessito del suo
aiuto. Ora toglierò la mano, ma lei mi promette di non fiatare.
Siamo d'accordo? -
La ragazza, già spaventata per l'intrusione di
quello strano individuo, aveva paura perchè le stava puntando una
pistola alla schiena. Aveva paura di poterlo fare arrabbiare e quindi
di provocare in lui una reazione che poteva volgere al peggio. Annuì
e il ragazzo tolse la mano.
- Molto bene. - continuò lui – Vive
da sola? -
- S..si – rispose tremante. Aveva troppa paura per
mentire e non sarebbe servito a niente.
“Perfetto, così nessuno
mi intralcerà” pensò lui.
- Come si chiama? -
- D... Diana
Kent -
- Bene Diana. Adesso entriamo in casa. -
Camminò verso
l'entrata con il ragazzo dietro di lei che le teneva i polsi dietro
la schiena in modo che non potesse reagire e la pistola ancora
puntata.
La casa era accogliente, ma decisamente un po' troppo
grandicella per una persona sola. Che gli avesse mentito? Era
diventato troppo diffidente per non pensare che potesse aver cercato
di “fregarlo”.
- Dimmi un po', non mi avrai mica mentito per
caso? Guarda che non ti conviene. Vivi sola o no? Questa casa mi
sembra un pò grande per te – chiese nervoso
- V..Vivo sola, lo
giuro – balbettò Diana.
- Ah si? E questa foto? Eh?! Chi c'è
nella foto? Chi è quest'uomo? - le chiese a mò di ordine, notando
una fotografia su un tavolino.
- Q.. quello è mio padre. E' morto
molto tempo fa. E' solo una vecchia foto.. - tentò di spiegarli.
-
Oh.. capisco. - la voce di Rage, da nervosa si era fatta calma.
Diana
ebbe l'impressione che fosse dispiaciuto di averle posto quella
domanda e di aver usato quel tono accusatorio e insofferente.
Ormai
era abituata a capire le persone dal tono della voce. Quando era
piccola ebbe un incidente in cui rimase cieca e questo le acuì
notevolmente tutti gli altri sensi, permettondole di capire quello
che succedeva attorno a lei, lo stato d'animo delle persone e così
via.
Dopo qualche anno il padre morì lasciandole la casa e quello
che aveva messo da parte grazie alla palestra di arti marziali, di
cui l'uomo era un grande maestro. Avrebbe voluto insegnare qualcosa
alla figlia, perchè potesse almeno difendersi in caso di bisogno, ma
Diana divenne cieca a soli cinque anni e il padre non potè più far
niente.
- Non
vuoi accendere la luce? - gli chiese cortese.
L' “aguzzino” di
Diana sembrava non essersi ancora accorto della cecità della
ragazza. Inoltre, era ovvio che lei si sapesse muovere in un ambiente
che conosceva molto bene.
- No, assolutamente. Senti. Diamoci del
tu. E poi ti voglio spiegare una cosa. - aveva notato che la ragazza
tremava un po'. Evidentemente l'aveva spaventata più di quanto
avesse voluto. Continuò il suo discorso.
- Io sono stato
incastrato. Mi sono trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato
e questo mi ha messo in serio pericolo. Potrebbero anche addossarmi
colpe che non ho. - si fermò e la guardò. Era davvero una bella
ragazza. Diana sembrava guardare più o meno nella sua direzione con
aria stupita e incredula.
- Perchè quell'espressione? - chiese –
Non mi credi, vero? - chiese un po' stizzito.
- Bhe... non so.. è
un po' vaga come storia... ma sento dalla tua voce che sei sincero –
gli rispose.
- Bhe, comunque, se e quando ce ne dovremo andare di
qui non potrò fare a meno di portarti con me. Non ho niente contro
di te, ma potresti anche assecondarmi per paura e poi denunciarmi
appena ti è possibile. In fondo mi hai visto. - affermò, convinto
che avrebbe dovuto portarsela dietro come ostaggio.
- Oh, no. Io
non ti ho visto. Forse non te ne sei accorto, ma io sono cieca –
gli rivelò.
La guardò stupito. Non riusciva a crederci. Che
fosse una tattica? L'unico modo per scoprirlo era metterla alla
prova, se davvero era cieca. Fare in modo che compisse un'azione
istintiva che solo una persona vedente poteva fare. Prese un centrino
da sotto una ciotolina di caramelle posta sul tavolo del soggiorno
attentissimo a non fare il minimo rumore. Glielo lanciò. Niente. Lei
non si mosse. Allora era davvero cieca!
- Cosa mi hai dato? Sento
qualcosa sulle gambe – tastò con le mani e capì che era un
pezzetto di stoffa.
- Scusa. Volevo solo verificare che fossi
effettivamente cieca -
- Oh. Capisco. E sentiamo, adesso cosa
vorresti fare? - gli disse con tono lievemente scocciato, ma aveva
capito che quell'uomo agiva spinto dalla paura e non aveva niente
contro di lei, proprio come aveva detto.
- Niente. E' notte.
Andiamo a dormire. - rispose un po' secco.
- I... in..sieme? -
-
Si, ma non ti preoccupare. Anche se devo ammettere che sei una bella
ragazza, ho solo intezione di dormire. E non vorrei che tu scappassi.
- spiegò sbrigativo.
Si fece portare in camera da letto e qui la
fece sedere.
- Sdraiati. Metti le mani dietro. - la sistemò al
suo fianco – Non cercare di scappare o me ne accorgerei -
- Ho
capito.. Posso chiederti come ti chiami? -
- Rage -
Era ovvio
che Diana si sentisse almeno un po' turbata e ancora un po'
spaventata. Lui aveva modi bruschi dovuti alla sua situazione, ma
chissà per quale strano motivo, lei sentiva che Rage non era quel
personaggio così cattivo come voleva far intendere. Avrebbe voluto
tastargli il viso, perchè avrebbe capito qualcosa in più
dall'espressione di quell'uomo tanto brusco. Ma chissà la reazione
che avrebbe potuto scatenare e poi non poteva muoversi in quella
posizione, perciò abbandonò l'idea. Poco dopo sentì che il respiro
di Rage, dietro di lei, si era fatto regolare, segno che dormiva. A
quel punto si addormentò anche lei, un pochino più tranquilla e
stranamente cullata dal tepore della vicinanza a quel corpo maschile,
che aveva un profumo particolare, forse lo stesso del mare e del
sole.
Il giorno dopo Rage si svegliò abbastanza presto e
svegliò anche Diana.
- Posso preparare la colazione? - chiese
timidamente
- Certo. Ti seguo in cucina -
Si sedette, e mentre
Diana preparava, cercò di ragionare sulla sua situazione.
“C'è
qualcosa che non torna. Perchè lo avrà ucciso? Maledizione.. se
solo non mi fossi trovato lì! Accidenti! Quel maledetto si è
nascosto sentendomi sicuramente arrivare e io, cretino, per tentare
di soccorrere l'altro mi sono imbrattato la maglia di sangue. Mha...
forse stava trafficando qualcosa... Bhe, poco importa. Mi cercherà
fino alla partenza della nave o .. forse sarebbe anche capace di
rimanere a terra pur di trovarmi, in fondo sono un testimone
scomodo.”
Il suo sguardo preoccupato e indeciso su cosa fare
cadde su Diana, che intanto aveva finito di preparare. Mangiarono in
silenzio, mente lui la guardava di tanto in tanto .
Dopo mangiato,
c'era bisogno di andare a fare la spesa.
- Senti.. ci sarebbe da
fare un po' di spesa. Ti giuro che non ho intenzione di scappare, né
di chiedere aiuto.. -
Rage sembrò riflettere un momento. Anche a
lui sembrava che la ragazza fosse sincera. Finora non gli aveva mai
mentito. Purtroppo, nella vita, può capitare di non potersi più
fidare di nessuno e questo porta a restare inevitabilmente soli. Se
nel suo cuore c'era il desiderio di fidarsi di qualcuno, allora aveva
ancora delle speranze. Ma non in quel momento. Era comunque meglio
essere prudenti.
- Non puoi chiedere a una vicina? Ti accompagnerei, ma per me sarebbe rischioso -
Si, certo, non ci avevo pensato. -
Si mise a leggere un volume che aveva trovato nella libreria della ragazza, poi leggendo, si addormentò in giardino.
Quando finì le sue faccende domestiche, Diana cercò Rage, ma non le rispose. Andò in giardino e lo trovò disteso sull'erba. Capì che si era addormentato, perchè stava russando. Evidentemente, gli ultimi avvenimenti, quali che fossero, dovevano averlo provato molto, se non gli bastava una notte di sonno per riposarsi. Si chiese cosa mai gli fosse capitato. Chissà se a lei ne avrebbe mai parlato. Strano, si disse anche. Normalmente non avrebbe certo dovuto preoccuparsi per lui e una persona normale avrebbe approfittato della situazione. Ma lei no. In qualche modo sentiva che era giusto aiutare quel ragazzo. Più tardi Rage si svegliò, cercò Diana e la trovò in cucina intenta a preparare da mangiare.
- Ma è già ora di pranzo? - chiese con voce ancora un po' assonnata
- Si. Hai dormito un bel po'. -
- Vuoi che ti aiuti? - le chiese gentilmente
- Oh, non ti preoccupare. Vivo così da anni, ci sono abituata.-
A pranzo parlarono del più e del meno, senza andare su argomenti come il passato dei due o quello che era capitato a Rage. Se qualcuno li avesse visti e sentiti li avrebbe presi per due amici che si conoscono da tempo.
Finito di pranzare, lei provò a chiedergli una cosa.
- Senti Rage.. posso chiederti una cosa? -
- Dimmi -
- Potrei toccare il tuo viso? -
Rage si sentì leggermente spiazzato.
- Come mai questa richiesta? - chiese con tono leggermente sospettoso
- Tastare il viso delle persone è per me un modo per conoscerle – disse semplicemente
Al ragazzo non parve che avesse secondi fini. Gli aveva fatto quella richiesta nel più tranquillo dei modi, molto spontaneamente. Acconsentì.
Si avvicinò a Diana, che sentita la sua presenza tanto vicina, alzò le mani. Gliele mise sul petto, facendole salire lentamente. Il modo in cui lei si muoveva sembrava una carezza. Quasi come se facesse apposta ad essere così lenta. Le mani di Diana arrivarono al collo, poi alle mascelle, dalla linea decisa. Passò alle guance, alla fronte, poi agli occhi. Sempre con una certa lentezza. Poi scese e si fermò un instante con le dita sulle labbra. Erano calde e carnose al punto giusto. Da quello che potè sentire, Diana ne dedusse che fosse davvero un bel ragazzo.
In effetti, la lentezza della ragazza era “studiata”. Già la sera prima era stata pervasa dal calore di quello “pseudo” abbraccio, nel quale si era svegliata la mattina. Lui la incuriosiva e l'attirava.
Rage, da parte sua, aveva sentito qualcosa scattare dentro di sé, mentre la ragazza muoveva le sue mani su di lui. Era bella, dolce e adesso lo accarezzava in quel modo tanto innocente quanto provocante. Le accarezzò le labbra con un dito e vide gli occhi di Diana tremare leggermente, ma lei non si tirò indietro. La strinse a sé sfiorando la bocca con tenerezza. Con il cuore che batteva impazzito, in una sorta di torpore mentale si chiese se non fosse il caso di fermarsi.
Diana rispose alla sua tacita domanda prendendogli il viso tra le mani e avvicinando i loro corpi.
Si spostarono verso la camera, vicino al letto, e lui ne approfittò per stenderla sul materasso.
Quando
si svegliò fece per stiracchiarsi, ma qualcosa glielo impedì. Diana
dormiva teneramente abbracciata a lui. Si erano lasciati trasportare
dalla passione e lui capì che se si fosse innamorato davvero di
quella splendida ragazza, avrebbe commesso un grosso errore. Diana
era dolce e gentile e a quanto aveva potuto capire aveva un gran
cuore. Proprio per questo, essendo già buio, ne approfittò per
andarsene di lì e lasciarla libera. Avrebbe trovato un altro
nascondiglio. Non era giusto coinvolgerla. Oltretutto aveva il
vantaggio di essere cieca, così non avrebbe potuto descriverlo,
anche se in fondo sapeva che non lo avrebbe fatto.
No, rimanere lì
avrebbe solo causato grossi guai a Diana e lui le aveva già
procurato abbastanza problemi. Non era un criminale e lei era anche
cieca... oltre che meravigliosa.
Purtroppo non poteva lasciarle
alcun biglietto, ma poi pensò ad una soluzione.
La mattina
dopo, Diana si svegliò e tastando nel letto si accorse che Rage non
c'era.
- Rage? Rage! Rage! - nessuna risposta.
Si alzò,
appoggiandosi al comodino. Sentì che c'era qualcosa. Lo prese e capì
che si trattava di un foglio con qualcosa attaccato sopra.
Il suo
cuore fece un balzo. Iniziava ad intuire che forse Rage se n'era
andato. Per sempre.
Tastò il foglio con attenzione. Lui aveva
attaccato dei maccheroni per formare una scritta:
“Sii
felice.
R.”
Le lacrime cominciarono a scendere quasi
senza accorgersene, solcando il viso triste di Diana, che stringeva
il foglio a sé, rannicchiata sul letto.
“Perchè?.. Perchè se
n'è andato? Non ha significato nulla per lui, quello è successo? Mi
ha forse usata solo per una notte? Oppure lo ha fatto per non
mettermi in pericolo? Ma anche se fosse... perchè non dirmelo? E poi
io l'avrei seguito. Adesso.. sono di nuovo sola..”
_______________
Il
sonno di un ragazzo veniva cullato dalle onde del mare che facevano
oscillare la nave sulla quale si era imbarcato e della quale era
diventato il capitano. Aveva bevuto un po' di rhum per scaldarsi
dalla brezza serale.
La bottiglia, posta sul comodino accanto al
letto, conteneva ancora metà del liquore e si era rovesciata. Il
capitano l'aveva iniziata con l'intento di sbronzarsi per dimenticare
il proprio passato, o meglio, quello che gli era successo alcuni mesi
prima, ma poi riflettè che non ne valeva la pena e si addormentò
sulla sua branda.
Il vento cominciava ad alzarsi e la nave
cominciò ad oscillare più forte. La bottiglia sul comodino cadde a
terra andando in frantumi e svegliando il capitano.
Era un ragazzo
giovane, ma la sua esperienza era quella di un veterano e per questo,
quando si presentò al suo predecessore, fu subito reclutato nella
ciurma.
Fu da ragazzino che iniziò. Quando aveva soltanto sette
anni. Era rimasto solo e non sapeva come fare per mantenersi. Le
uniche cose che sapeva erano quelle che gli aveva insegnato suo
padre, un ex capitano di una nave mercantile, sempre in giro per il
mondo, ma che quando decise di mettere su famiglia, abbandonò il
mare e “fece porto” una volta per tutte. Fu così che nacque
Rage. Suo padre, però, nonostante non rimpiangesse la sua decisione,
sembrava aver ancora nel cuore i giorni passati sull'oceano, calmo o
in tempesta che fosse. Ricordava bene quando il padre gliene parlava,
perchè vedeva nei suoi occhi accendersi una scintilla di passione,
di voglia di avventura, che evidentemente non si era spenta nel cuore
del suo “vecchio”. Ricordava anche l'entusiasmo col quale gli
raccontava le sue avventure, i pericoli e a lui piaceva stare ad
ascoltarlo. Un brutto giorno, però, i suoi genitori furono vittime
di un incidente. Un grosso mezzo, che trasportava tronchi d'albero,
all'improvviso perse il controllo e le funi che tenevano il carico si
spezzarono. I tronchi finirono addosso ai suoi genitori, che si
trovavano sull'auto subito dietro, morendo sul colpo. Per fortuna,
prima di morire, il padre gli aveva anche insegnato molte cose, oltre
a raccontargli storie e aneddoti. Rimasto solo, andò in cerca di un
amico del papà, che lo accolse sulla sua nave e qui cominciò la sua
“carriera”.
Passarono gli anni e un giorno, la nave su cui era
imbarcato, dovette far scalo a Port Royal. La sera andò un po' in
giro per visitare la città. Lo faceva sempre, quando gli era
possibile. Era sbarcato da poco e stava passando per una via
secondaria. Per precauzione girava sempre con una pistola. Non si sa
mai chi si può incontrare.
Ad un certo punto sentì delle voci
concitate, come di due persone che litigano e infine uno sparo. Rage
corse immediatamente a vedere perchè aveva riconosciuto le voci per
quelle di suoi compagni di ciurma, si coricò di fianco all'uomo
steso a terra per capire se era vivo e poteva farlo visitare, ma
questo era già morto: colpo al cuore.
Rage era scioccato e non
riusciva a muovere le gambe. Questo, purtroppo, diede modo
all'assassino di accorgersi di lui, che finalmente iniziò a
correre.
Non sapeva dove andava, ma alla fine si accorse di essere
in una zona con belle case e giardini.
Quella notte, con quella
luna piena che faceva da spettatrice al teatro del mondo, Rage
incontrò Diana.
Quando la caduta della bottiglia lo svegliò,
Rage stava sognando la ragazza per l'ennesima volta. Da quando
l'aveva lasciata con quel criptico messaggio, l'aveva pensata e
sognata molte volte. Sebbene lui stesso non ne capiva il motivo fino
in fondo, quella donna gli era entrata nell'anima più di quanto
credesse. Un paio di mesi prima, l'assassino di quella notte era
stato catturato e messo in prigione a vita. La polizia aveva capito
che era l'unico responsabile della morte di Jo e di altre persone.
Rage, quindi, era salvo. Ma da quella notte erano passati cinque
mesi.
Adesso era capitano di una nave ed era molto stimato. Ma
proprio la mattina che stava per giungere, doveva fare scalo a Port
Royal e si sarebbe fermato per un paio di giorni, così avrebbe fatto
anche rifornimento per la sua nave.
Cercò di tornare a dormire,
ma il pensiero di Diana lo tenne sveglio.
Quella mattina, la
donna era in un'aula ricavata dall'ex dojo del padre che faceva
lezione ad una ventina di bambini, aiutata dalla sua amica Andy.
Grazie all'eredità e a parte di quello che aveva risparmiato con
piccoli lavoretti era riucita a realizzare il suo progetto
scolastico. Ma non era felice come avrebbe dovuto, perchè le mancava
qualcosa per completare il tutto. O meglio, le mancava qualcuno.
Non
aveva mai smesso di pensare a Rage. Aveva capito di essersene
innamorata subito e senza rimedio. Anche se era svanito nel nulla
senza lasciare traccia, così come era apparso. A volte si chiedeva
se non avesse fatto un sogno, ma il messaggio che le aveva lasciato
era la prova del contrario. Lo conservava in un cassetto, avvolto da
un panno. Aveva pianto molto dopo la sua partenza e aveva ancora dei
dubbi atroci. Perchè se ne era andato cosi? Perchè non le aveva
chiesto di seguirlo? Ma soprattutto... aveva contato qualcosa per
lui?
Tanti interrogativi, troppi. E aspettavano tutti una risposta
che forse non sarebbe mai arrivata.
Era una bella giornata di
sole e le cose procedevano per il meglio. Aveva già fatto scaricare
metà della merce che trasportava e verso sera ebbe finito.
Decise
di andare un po' in giro per la città. Senza rendersene conto, però,
stava già camminando per le vie della zona residenziale. Era quasi
buio e il cielo era di un blu inteso con una leggera velatura di
rosso rosato all'orizzonte, verso ovest.
Camminò ancora per
diversi minuti, senza rendersi ancora conto di dove si trovasse,
finchè vide un cancello e una recinzione a lui familiari. Senza
accorgersene, le gambe lo avevano portato a casa di Diana. Che fare?
Andare da lei? E per dirle cosa? Probabilmente lo avrebbe cacciato
via. E a ragione, anche.
Era immerso nei suoi pensieri, quando il
cancello si aprì. Rimase senza fiato nel rivedere la bellezza di
Diana. In quei mesi, se possibile, era diventata ancor più
stupenda.
Diana si accorse che c'era qualcuno, ne aveva avvertito
il respiro. Si avvicinò lentamente e stava per dire qualcosa, quando
un odore particolare la fermò. Era odore di mare e di sole.
Rage,
vedendosela di fronte non sapeva se parlare o meno, ma fu lei a
rompere il silenzio.
- Chi c'è? -
Rage non sapeva se parlare o
stare zitto. Voleva dire qualcosa, ma non sapeva da dove
cominciare.
- Insomma chi c'è? Siete forse un marinaio? -
-
C..Ciao Diana -
Nel sentire quella voce, Diana sobbalzò. Se prima
poteva avere qualche dubbio, essendo Port Royal una città portuale,
adesso non poteva sbagliarsi. Quella voce era per lei
inconfondibile.
- R... Rage....-
- Si.. sono io -
- Che cosa
ci fai qui? - chiese calma, ma con una nota di rabbia nella
voce.
Nota che a lui non sfuggì.
- Posso parlarti? Ci sono
molte cose che vorrei dirti - si decise lui.
Diana si chiese se
fosse giusto concedergli il beneficio del dubbio e ascoltarlo. Poi si
disse che almeno avrebbe risposto a qualche domanda, aveva bisogno di
chiarimenti. Aprì il cancello e gli fece segno di entrare. Non
voleva parlare per strada.
Rage la seguì fino a una panchina che
Diana aveva messo vicino al laghetto. Si sedettero e lui fece un bel
respiro e cominciò a parlare.
- Senti... io vorrei spiegarti...
ecco.. - parlava incerto e con aria abbattuta.
- Avanti. Parla. -
lo esortò – ti ascolto -
Certo, l'atteggiamento della ragazza
non gli rendeva le cose facili, ma aveva tutte le ragioni di essere
arrabbiata.
Notando il suo silenzio, perchè non sapeva come
esprimersi, Diana continuò per lui.
- Non avevi tante cose da
dirmi? - cominciò ad attaccarlo – perchè te ne sei andato così
all'improvviso, perchè mi hai lasciato soltanto quel messaggio
assurdo?! Perchè!? - le lacrime fecero capolino dai suoi grandi
occhi scuri. Poi parlò con voce più bassa – Cosa ho rappresentato
per te? Soltanto un diversivo? Sei venuto qui per vedere se ero
disponibile? - poio rialzò la voce arrabbiatissima - Parla,
maledizione! Parla! Io non ce la faccio più! Ho passato questi mesi
pensandoti e sono stati infernali, per me! -
Alla fine era
scoppiata. Tutto il suo sangue freddo era svanito e ora aveva tirato
fuori tutto quello che sentiva. Quasi tutto...
Rage,
leggermente spiazzato e ancor più dispiaciuto nel vederla piangere,
cercò di spiegarle.
- Ascolta.. quella notte, quando ti
incontrai, ero inseguito da un mio compagno imbarcato sulla mia
stessa nave. Per caso passai vicino ad un vicolo e sentii due miei
compagni litigare... - le spiegò i fatti
Per questo ero così agitato quella sera. Ma nella sfortuna ecco che mi capita la cosa più bella della mia vita, la fortuna più grande. Conoscerti, Diana. E ancor di più quando siamo stati insieme. Non hai idea di quanto mi sia costato lasciarti. Sono stato davvero un codardo. Credevo che saresti stata meglio senza di me, che in quel modo non ti avrei messa in pericolo. Ma il pensiero di te mi ha accompagnato sempre, giorno e notte. -
- Ma tu.. cosa.. - non finì la frase. Rage l'aveva presa e la stava stringendo tra le braccia.
- Diana... io dovrei ripartire domani, ma se tu vuoi io resto con te. Per sempre. Ti amo Diana, ti amo da impazzire, anche se sembra assurdo dopo un solo incontro così breve -
- A.. anch'io – disse piano, tra le lacrime.
Prese il volto della ragazza tra le mani e le diede un bacio. Il cuore di Diana era in subbuglio, batteva come un tamburo.
_________
- Ciao Diana, allora? Come va? E' arrivato il grande giorno - le disse piano
- Bene... non vedo l'ora che mi tolgano le bende – disse con emozione
- Già.. anch'io -
Il dottore arrivò proprio in quel momento.
- Bene signora, ora toglieremo tutto. Pronta? -
Diana annuì e il dottore iniziò la sua opera lentamente. Quando finì, lei aveva ancora gli occhi chiusi.
- Ora apra gli occhi lentamente. Cerchi di abituarsi gradualmente alla luce. - le disse il dottore
Quando aprì gli occhi non potè fare a meno di piangere.
- Io... io ci vedo! Ci vedo! - disse tra le lacrime- Sono lieto che sia andato tutto bene. Mi raccomando, però, si ricordi di venire a fare i controlli periodicamente -
- Certo -
Il dottore li lasciò soli e Diana si girò verso Rage. Lo vide per la prima volta, mentre lui si riavvicinava al lettino. Vide i suoi capelli di bronzo e i suoi occhi di giada. Si sentiva emozionata come se lo conoscesse per la prima volta. Quello era il suo prezioso angelo. E finalmente poteva vederlo. Poco tempo prima, infatti, Diana era stata operata con una nuova tecnica, che per un caso come il suo sembrava l'ideale. Con parte dell'eredità del padre potè pagarsi l'operazione e adesso poteva finalmente vedere! Nel frattempo, lei e Rage si erano sposati e stavano insieme da due anni.
La vista del marito le fece fare un salto al cuore. Sapeva che era bello, lui si era descritto e lo aveva sempre immaginato, ma visto davvero era tutta un'altra cosa.. era molto meglio della sua fantasia.
- Ciao.. finalmente ci “vediamo”... - le sussurrò vicino, sorridendo
- Ciao... -
Passò un altro po' di tempo. Rage e Diana erano seduti sulla roccia dove lui l'aveva vista la prima volta. Era stata lei a volersi mettere lì, perchè aveva qualcosa di importante da dirgli e suo marito era curioso di sapere.
- Allora? Che succede? -
- Bhe ecco.. sai quei piccoli malori che ho avuto negli ultimi tempi? -
- Si, c'è qualcosa che non va? -
Lei sorrise e scosse la testa.
- Va tutto benissimo... - disse. Gli prese la mano e se la mise sul ventre, finendo la frase - ... papà -
Lui fu invaso da una felicità incredibile e l'abbracciò e la baciò.
La luna era alta nel cielo ed era una notte serena. Come al solito era la tacita spettatrice di quello che succedeva sotto di lei, o era complice di atmosfere romantiche, o ... di incontri voluti dal destino... Era una notte di luna piena proprio come quella in cui un marinaio e una ragazza, allora cieca, si incontrarono.